Il film che ha trionfato al Festival di Berlino. Di seguito la recensione di “Volevo nascondermi” di Giorgio Diritti con Elio Germano

Il pittore Antonio Ligabue è un artista controverso e dibattuto. La vita di Ligabue è stata raccontata in un famoso sceneggiato (allora si chiamavano così) della Rai degli anni 70, interpretato da Flavio Bucci, scomparso pochi mesi fa, nel suo ruolo più importante. Giorgio Diritti, regista d’autore poco prolifico e di grande rigore, decide di riprendere questa figura con “Volevo nascondermi”. Per interpretare Ligabue non poteva che scegliere l’eclettico Elio Germano, l’unico attore che poteva rendere bene il genio e la sgregolatezza dell’artista. E infatti si è portato a casa l’Orso d’argento come miglior attore al Festival di Berlino. Il film è uscito in sala l’8 marzo, sfruttando l’onda del premio a Germano, ma dopo due giorni i cinema hanno chiuso. Ora è ritornato in sala, riprendendo il suo cammino dove l’aveva lasciato. Si sta difendendo bene al box office ma siamo lontani da ciò che si poteva incassare mesi fa.

Di cosa parla?

Il film racconta la vita di Ligabue attraverso vari flashback. Da piccolo Ligabue viene affidato a dei genitori adottivi, inizia subito ad avere disturbi psicofisici e dopo essere stato espulso dalla scuola e aver aggredito la madre, viene ricoverato più volte in manicomio. Ma allo stesso tempo Antonio trova conforto nella pittura e nella scultura, raffigurando spesso animali esotici, che unisce al paesaggio emiliano, dove vive per anni in estrema povertà. In seguito viene scoperto dal critico Mazzacurati, che lo incoraggia a continuare con le sue opere e a partecipare a mostre e convegni d’arte. Finché Ligabue non viene lentamente scoperto e apprezzato dalla critica. È l’inizio di un riscatto in cui sente che l’arte è l’unico tramite per costruire la sua identità, la vera possibilità di farsi riconoscere e amare dal mondo.

Il problema della sceneggiatura

Il personaggio è narrativamente molto interessante ma il film purtroppo non ce lo rende mai appassionante. Nelle prime scene, in un montaggio frenetico dove volutamente non c’è un riferimento temporale, si va avanti e indietro per frammenti che ci raccontano la sua infanzia e adolescenza da reietto. E già dai questi primi minuti si vedono i difetti del film. Non si riesce mai ad entrare realmente nella storia, si procede per singole scene slegate tra lo che non creano mai una narrazione univoca. Non si capisce bene il suo carattere e i suoi scatti d’ira. Sarebbe stato interessante approfondire il rapporto con i compaesani e quello con l’altro sesso ma tutto scorre senza lasciare il segno. Ci sono momenti singoli che funzionano come la morte di una bambina, musa del pittore o l’incontro con la donna che lo ha cresciuto, ma anche cadute di stile come l’ultima scena onirica. Ci sono passaggi che il film butta via, come la sua ascesa al successo. Durante l’inaugurazione della sua prima mostra, Ligabue fugge per le strade notturne di Roma e si ferma davanti ad un clochard dove conferma la sua identificazione con gli ultimi. Un buon momento che non è sottolineato a dovere. Ma bella ed evocativa la prima immagine del film in cui il pittore si nasconde sotto una coperta, lasciando libero solo lo spazio per un occhio.

Un rigore formale

Il film visivamente è curato. Lo stile asciutto di Diritti è chiaramente ispirato dal cinema di Olmi e Taviani e la fotografia, esteticamente ricercata, tenta di ricreare in ogni scena un quadro. La provincia emiliana di quegli anni è descritta realisticamente con le piazze, le osterie, la pianura e la nebbia. La ricostruzione è ineccepibile, come capita ultimamente nel cinema italiano, ma l’operazione rigorosa e formale resta fredda e spesso ci si annoia. Non c’è nulla del rapporto tra arte e follia, non si sente la passione e la vitalità di Ligabue. Per di più l’uso del dialetto emiliano dell’epoca con sottotitoli rende distante la fruizione dell’opera.

L’interpretazione di Elio Germano

Elio Germano è come sempre bravissimo, identico al Ligabue originale. Mette in scena senza esagerare la sua aggressività e la sua superbia con una lingua impastata, un mugugno in cui non si capisce nulla. Quando si contorce e fa il matto non riesce mai a rendersi ridicolo. Il film si poggia esclusivamente sulla sua interpretazione, riprendendo il mimetismo che lo aveva portato al successo qualche anno fa con Il giovane favoloso su Leopardi. Da quando è stata annunciata questa interpretazione si sapeva che avrebbe fatto faville, ormai non ci stupisce più. Premi meritati e scontati ma ci piacerebbe vederlo misurarsi con qualcosa di diverso, anche più popolare.

I difetti del cinema italiano d’autore

Il film sottolinea il grande difetto del cinema italiano d’autore degli ultimi anni. Abbiamo gli attori, i registi e i reparti tecnici ma mancano le sceneggiature. Nei film da festival ormai si vedono narrazioni autocompiaciute che non riescono a dialogare col pubblico, tutte improntate ad una ricerca estetica che però non lascia il segno. E’ lo stesso difetto del tanto decantato Favolacce. C’è una distanza tra queste opere e il pubblico. Volevo nascondermi è un’occasione mancata e rappresenta a pieno i difetti dell’attuale cinema d’autore.

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