Una rassegna dei film da vedere almeno una volta nella vita: Ovosodo, film del 1997, di Paolo Virzì

Tra la fine degli anni 80 e l’inizio degli anni 90 il cinema italiano attraversa una crisi nera. L’home video e le tv commerciali dilagano, si assiste allo strapotere in sala di prodotti dagli Stati Uniti, si producono pochi film con un conseguente crollo di presenze. Viene a mancare così il legame tra il cinema italiano e il grande pubblico. Fatta eccezione per qualche film del comico di turno, il cinema medio arranca. Ma in quegli anni qualcosa si muove e si intravedono i primi tentativi di avvicinamento alle platee poi culminati nel cinema degli anni 2000. C’è una nuova generazione di registi che firmano commedie d’autore che finalmente instaurano un dialogo con il pubblico popolare: Salvatores, Tornatore, Luchetti, Archibugi e soprattutto Paolo Virzì. Uno dei suoi film più rappresentativi nonché uno dei suoi più grandi successi, che porta una ventata d’aria nuova nel cinema italiano degli anni 90, è Ovosodo.

Di cosa parla ?

A Livorno, in un quartiere popolare chiamato Ovosodo, nasce Piero Mansani. Piero è figlio di un ex portuale che entra ed esce di galera, dopo la morte della mamma cresce insieme al fratello ritardato e a una giovane matrigna. L’unico punto di riferimento negli anni è Giovanna, la sua insegnante di Lettere. Piero, nonostante le sue umili origini, è un ragazzo di talento che sembra destinato ad un grande futuro. La professoressa lo iscrive al liceo classico del centro città ed entra in un nuovo mondo. Qui scorre la sua vita fino a quando l’ultimo anno arriva nella sua classe Tommaso, ragazzo ribelle ed esibizionista. Attratto dal suo carisma, Piero si fa trascinare in un mondo sconosciuto popolato di artisti e filosofi, di canne e di discorsi trascurando la sua vita nel vecchio quartiere. Si innamorerà della cugina sciroccata di Tommaso e si deprimerà per lei. Senza che lui se ne accorga la sua vita cambierà prendendo una piega imprevista, condizionando il suo brillante avvenire per sempre.

Le classi sociali

Sotto la patina di film popolare e leggero, Ovosodo tratta del conflitto tra le classi sociali, soprattutto della difficoltà del cosiddetto ascensore sociale in Italia. Sembra un film divertente ma come la classica commedia all’italiana è in realtà molto triste. Piero cade in un vortice, non prosegue gli studi, si perderà e pagherà per le sue scelte. Il suo amico Tommaso invece la farà franca perché ha il vento a favore. Si finge povero ma si scoprirà che è ricco, suo padre ha una fabbrica che intossica la parte povera della città dove vive Piero. È un figlio di papà, un alternativo di sinistra, uno di quelli che oggi chiameremmo radical chic. Nonostante le sue qualità, Piero si ritroverà a fare il lavoro del padre e ritornerà lì dove era partito. È un finale che sembra felice, ha una vita umile ma onesta, con il suo primo amore, dei figli, ma ogni mattina prima di andare in fabbrica sente “quella specie di ovosodo dentro, che non va né in su né in giù, ma che ormai mi fa compagnia come un vecchio amico…” Rimarrà sempre il rimpianto di ciò che poteva fare, del suo talento inespresso. È il ritratto di una generazione che si è illusa di poter superare le disparità sociali attraverso la cultura ma che si ritroverà al punto di partenza. Le persone povere non avranno mai le stesse possibilità di chi nasce ricco. È una riscossa impossibile dal basso.

Un romanzo di formazione

Ovosodo è un romanzo di formazione. È l’educazione sentimentale di un ragazzo in un mondo maschile triviale e tipicamente provinciale dove la sua sensibilità sembra fuori posto “Vivevo in un mondo che non ammetteva sfumature: un congiuntivo in più, un dubbio esistenziale di troppo, ed eri bollato per sempre come finocchio.” La meravigliosa figura di Giovanna, la sua professoressa, interpretata benissimo dalla Braschi, è uno dei pochi punti saldi di Piero ma si rivela anche lei smarrita, verrà anche lei rovinata da Tommaso. Ed è così che inizia a crescere e a capire che non ci sono certezze nella vita. Lo sfondo del film è Livorno, come simbolo di tutte le province italiane ha una portata universale. Tutti si possono identificare in questo lucido ritratto dell’adolescenza, quel momento in cui devi prendere decisioni importanti ma sei in balia delle onde e basta poco per farti cambiare strada, incontrare un nuovo amico, innamorarsi della persona sbagliata. Piero si fa trascinare dagli eventi, accetta quello che gli capita, non è un eroe da film, è come tutti noi. Questo film assomiglia alle nostre vite e alle nostre scelte sbagliate. Tutti noi abbiamo un ovosodo che non va né su né giù ma andiamo avanti e ci accontentiamo di quello che abbiamo.

La commedia all’italiana negli anni 90

Paolo Virzì è l’unico erede della commedia all’italiana amara e malinconica, quella che ti fa ridere ma ti stringe in gola, seppur con meno cinismo e più tenerezza dei capostipiti. Il regista è uno dei pochi che si occupa anche delle classi cosiddette subalterne e della classe media con una visione lucida e anticipatoria dei cambiamenti sociali. I suoi film migliori sono un viaggio nell’antropologia italiana (Ferie d’agosto, Caterina va in città, Tutta la vita davanti, Il capitale umano) con un occhio anche ai sentimenti e al melodramma (La prima cosa bella, La pazza gioia). Ovosodo è il suo terzo film, che crea e imprime il suo stile. Gli anni 90 sono stati un decennio rimosso dalla memoria collettiva, come se rappresentassero un periodo storico trascurabile non ben delineato. Invece sono stati l’inizio del futuro con le nuove tecnologie, l’Europa unita, sembrava che il mondo si stesse rimpicciolendo e che fosse tutto a portata di mano (poi è arrivato l’11 settembre a far cadere questa illusione). Virzi ci dice in diretta che questi anni non erano così brillanti come si potesse pensare. Nell’Italia fintamente ricca degli anni 90, del milione dei posti di lavoro, chi è povero dovrà abbandonare ogni ambizione che non corrisponda al proprio ceto sociale.

Cult generazionale

Ovosodo è un cult, un affresco generazionale che racconta un mondo sempre attuale. Il film non annoia mai, ha un ritmo sincopato, una voce off onnipresente e molti flashback. Un po’ debitore di Trainspotting, è una pellicola innovativa per il cinema italiano di quegli anni. La qualità delle battute e dei dialoghi è al di sopra della media (Bruni e Virzì sono tra i migliori dialoghisti italiani). Nelle sale fu un grande successo per un film con attori sconosciuti, con un incasso di 6 milioni. Si inserì sulla scia dei successi toscani del periodo come La vita è bella e Il ciclone. Ma fu anche un successo di critica. Quasi mai una commedia viene premiata ad un festival e invece Ovosodo vinse addirittura il Premio della giuria a Venezia. Critica e pubblico raramente si sono trovati così d’accordo. Un film colto e popolare, una perfetta sintesi di ciò che dovrebbe essere il cinema italiano oggi.

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