I motivi del successo di una serie che dopo dieci anni mantiene ancora la sua carica innovativa

Boris è ritornata su Netflix ed è di nuovo tra le serie più viste sulla piattaforma. La serie è andata in onda per la prima volta il 16 aprile 2007 su Fox ed è il primo prodotto originale di Sky. Lanciata con scarsa promozione e con ascolti risibili, grazie alla pirateria e al passaparola diventa un cult arrivando a quota tre stagioni e alla produzione di un film per il cinema. Una serie che nasce di nicchia per pochi adepti guadagna negli anni un crescente successo.

Il successo di Boris

La serie, scritta da Ciarrapico, Torre e Vendruscolo, racconta il dietro le quinte di una fiction di infimo livello, “Gli occhi del cuore”. Attorno al set ruotano personaggi assurdi. C’è lo stagista schiavizzato, l’attore vanesio e pieno di sé, l’attrice incompetente e raccomandata, lo scontroso capo elettricista, il direttore della fotografia drogato e apatico, l’eccentrico e ansioso regista. Boris ha successo per un semplice motivo: fa ridere, ma tanto. Fa ridere di testa e di pancia. Con volgarità e con finezza. È sicuramente il prodotto più esilarante degli ultimi anni. Come accade con i veri fenomeni popolari, i modi di dire della serie sono entrati nel gergo, non solo dei set cinematografici ma anche di qualsiasi ambiente di lavoro. “A cazzo di cane”, “cagna maledetta”, “smarmella tutto” sono dei veri tormentoni. È il massimo che si possa chiedere ad un prodotto audiovisivo, incidere sulla società entrando a far parte del linguaggio comune.

Boris e la televisione

Stando su Sky, quindi lontana dal duopolio Rai-mediaset, Boris ha potuto godere di una libertà produttiva che le ha permesso di sbeffeggiare la tv e la politica senza censure e senza limiti. I riferimenti di Boris non sono totalmente espliciti ma si colgono in maniera immediata, senza il bisogno di fare nomi e cognomi. Il dietro le quinte della tv non è mai stato descritto con così tanto realismo. È un ambiente ostile fatto di ipocrisie, cattiveria, approssimazione e incompetenza. La serie però non si erge dall’alto, da un punto di vista moralistico e supponente, ma opera anche una specie di autocritica. La maggior parte dei suoi attori li abbiamo visti nelle peggiori fiction di casa nostra, gli sceneggiatori incompetenti e fannulloni sono tre, come i veri autori di Boris. La serie irride sé stessa senza autoassolversi. Vuole dirci che siamo tutti nella stessa merda. Non si salva nessuno.

Boris e il lavoro

Viene messo in scena un posto in cui si lavora senza passione e si cerca di rimanere a galla accettando compromessi. Un ambiente di scarsa professionalità, che riguarda la tv ma può allagarsi a qualsiasi contesto lavorativo e in generale al paese intero. Per questo Boris piace a tutti, anche a chi non è avvezzo al mondo dello spettacolo, perché parla del mondo del lavoro in maniera diretta. Offre una fotografia impietosa dell’Italia, in cui emerge una comune rassegnazione al brutto (“facciamola a cazzo di cane basta che ci sbrighiamo”) dove prevalgono il pressapochismo e la superficialità.

Boris e la politica

Grazie alla libertà di cui ha goduto, Boris ha il coraggio di mettere in scena la forte ingerenza della politica nella televisione. Il 2007 è l’anno del breve governo Prodi. L’anno dopo sarebbe arrivato il governo Berlusconi. Quello delle intercettazioni con le squinzie piazzate nelle peggiori fiction della Rai. Da citare una puntata storica di Boris, in cui le riprese de “Gli occhi del cuore” vengono sospese a causa dell’impossibilita di poter decidere chi dovesse essere il colpevole di un assassinio, prima di conoscere l’esito delle elezioni. Sembra un’epoca fa ma ora la situazione non è diversa. Le cosiddette raccomandazioni ci sono sempre. Basti vedere un qualsiasi palinsesto di una rete generalista. Ma ora c’è solo più ipocrisia. L’Italia è sempre la stessa e probabilmente non cambierà mai.

Un’altra televisione è possibile?

Boris è oggettivamente la serie italiana più importante e innovativa degli ultimi 15 anni perché ha portato la TV a mettersi in discussione, inaugurando un nuovo corso della serialità anche a livello produttivo. È da qui che sono partite serie come “Romanzo criminale” e “Gomorra”. Negli ultimi anni si è sicuramente alzata l’asticella delle serie tv, (che non si chiamano più fiction), alcune si sono adeguate al livello di quelle straniere. Solo pochi anni fa un prodotto come “L’amica geniale” sarebbe stato impensabile su Rai 1. Anche gli stessi autori di Boris ora lavorano per la Rai. Il compianto Mattia Torre con “La linea verticale” e Ciarrapico e Vendruscolo con “Liberi tutti”.

Una rivoluzione quindi sembra esserci stata. Qualche prodotto di buona qualità c’è, anche se “Don Matteo” continua ad avere 8 milioni di spettatori. Forse la narrazione si è modernizzata ma la società resta sempre la stessa. Il pubblico italiano ora accetta i baci gay nelle fiction della domenica sera ma poi vota Salvini e Meloni. In fondo Boris aveva previsto tutto alla fine della terza stagione. Quando si avviano le riprese di “Medical dimension”, una serie moderna che però ha gli stessi difetti di quella precedente.

È qui che entra in gioco il concetto di locura. Ovvero “il peggior conservatorismo che però si tinge di simpatia, di colore, di paillettes. In una parola: Platinette. Perché Platinette, hai capito, ci assolve da tutti i nostri mali. Sono cattolico, ma sono giovane e vitale perché mi divertono le minchiate del sabato sera. Ci fa sentire la coscienza a posto Platinette…questa è l’Italia del futuro”.

Boris è sempre sulla cresta dell’onda perché ha saputo cogliere perfettamente lo spirito di una nazione in cui sembra che tutto cambia perché nulla cambi. Boris è sempre attuale perché è il paese ad essere sempre lo stesso. Anche dopo dieci anni l’Italia è “un Paese di musichette, mentre fuori c’è la morte”.

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