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Mediterraneo – 30 anni dopo

30 anni fa, il 31 gennaio 1991, usciva nelle sale “Mediterraneo”: il quinto film di Gabriele Salvatores. Il terzo film della cosiddetta trilogia della fuga, dopo “Marrakech Express” e “Turné” (ai quali dopo “Mediterraneo” si aggiungerà “Puerto Escondido”), film che hanno al centro protagonisti in viaggio costretti a fare i conti con la propria vita. Sono film diventati dei cult per un’intera generazione, con più o meno la stessa compagnia di attori (Abatantuono, Bentivoglio, Bisio). Il grande successo esplode però con “Mediterraneo” che a sorpresa vince l’Oscar come miglior film straniero. Ecco perché dopo 30 anni “Mediterraneo” è ancora un classico del cinema italiano.

Mediterraneo

“Mediterraneo” è la storia di otto soldati italiani che, durante la Seconda guerra mondiale, finiscono in Grecia su un’isola senza alcuna importanza strategica e vengono tagliati fuori dal conflitto bellico. Su quell’isola dovrebbero restarci per poco ma, complice la rottura della radio, ci rimarranno per anni, sviluppando un atteggiamento lassista e integrandosi con la popolazione locale. I soldati smettono di fare la guerra e si innamorano, mangiano, bevono e giocano a calcio. Fino a quando non vengono a sapere da un soldato con grande ritardo che in Italia c’è un grande fermento, quelli che erano nemici sono diventati amici e ci sono delle ottime basi per costruire un grande paese (“ma non sapete che c’è stato l’8 settembre?” alla quale segue la risposta memorabile di Abatantuono “tutti i giorni c’è l’8 settembre, poi il 9 e il 10”). Tra i soldati, qualcuno torna in Italia, qualcuno invece resta.

Un film generazionale

Mediterraneo non è un film di guerra, infatti è pieno di incongruenze storiche (i soldati parlano come se fossero negli anni 90). Ma più che di approssimazione si tratta di una licenza poetica. Mediteranno va oltre il film storico per parlare di un gruppo di persone che si trova in “quell’età in cui non hai ancora deciso se mettere su famiglia o perderti per il mondo”. L’ambientazione bellica è solo un pretesto per raccontare lo stato d’animo di una generazione, i 30-40enni degli anni 90 che tirano le somme sulla propria vita, sulla perdita dei loro ideali e su quello che non sono riusciti a costruire. Lo dice in maniera chiara Abatantuono nel finale: “Volevamo cambiare l’Italia e non siamo riusciti a cambiare niente”. E’ un film universale in cui chiunque può rivedersi che, nonostante sia ambientato negli anni 40, parla ad ognuno di noi nel presente.

La fuga

Mediterraneo si apre con una frase di Henri Laborit «in tempi come questi la fuga è l’unico mezzo per mantenersi vivi e continuare a sognare» e si chiude con una dedica «a tutti quelli che stanno scappando». Una fuga dalle responsabilità e dai problemi della vita quotidiana, in cui il viaggio diventa un modo per conoscere sé stessi. In Mediterraneo la fuga è sotto forma di esilio e di abbandono della guerra. «Sai che ogni volta che vedo un tramonto mi girano i coglioni?» dice Abatantuono raccontando la paura del tempo che passa e del riuscire a realizzare qualcosa nella vita. Dal rifiuto iniziale verso un luogo fuori dal mondo, i soldati arrivano ad un’accettazione felice lontano dalla guerra e dalle proprie vite, anche se prima o poi si deve ritornare alla realtà.

L’amicizia maschile

Al centro, come sempre nei film di Salvatores, c’è l’amicizia tra uomini, fatta di cameratismo e di goliardia. Questo gruppo di amici è credibile, lo spettatore vorrebbe essere lì a farsi le canne e a giocare a calcio con loro. La riuscita del film è dovuta soprattutto all’alchimia tra gli attori, una compagnia di giro rodata (Claudio Bisio, Gigio Alberti, Antonio Catania, Claudio Bigagli, Giuseppe Cederna). Il vero leader del film è però Diego Abatantuono, che ha le battute migliori e strappa una risata in ogni scena in cui è presente, in un ruolo che qualche anno prima avrebbe potuto essere interpretato da Alberto Sordi o Ugo Tognazzi. Fondamentale è la regia di Salvatores che valorizza la sperduta e meravigliosa isola, prima che la Grecia diventasse cool, con un’ottima fotografia e delle musiche evocative.

 

Un Oscar immeritato ?

Mediterraneo non è un film perfetto e non è da Oscar. Molti hanno criticato la visione degli italiani stereotipata, il solito cliché degli “italiani brava gente”. Un’immagine che tanto piace all’estero e che ha permesso alla pellicola di vincere un Oscar contro il capolavoro “Lanterne rosse”. Mediterraneo è la versione moderna della commedia all’italiana, e come la vera commedia racconta di cose serie ma facendo ridere, mischiando il comico e il drammatico. Il film di Salvatores è un film popolare e per tutti che però ha quel qualcosa in più che lo ha fatto diventare un classico, qualcosa che va oltre le sue effettive qualità e che lo ha reso uno dei film più amati dal pubblico. In Mediterraneo c’è un clima, c’è un’anima, quella che manca a tanti film premiati e amati dalla critica, ma che non ricorda nessuno.

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Pierpaolo Festa

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