Prima delle serie fighe di Netflix e di Sky ci sono state quelle della Rai e di Mediaset. I trentenni di oggi sono cresciuti con alcune serie italiane un po’ trash e un po’ cult che hanno segnato la loro infanzia e adolescenza, pur avendo vergogna di ammetterlo. Ecco le serie italiane con cui (purtroppo) un’intera generazione è cresciuta.

Le serie italiane con cui i trentenni di oggi sono cresciuti

Negli ultimi anni la tv italiana sta realizzando prodotti di livello internazionale (Romanzo criminale, Gomorra, L’amica geniale, The Young Pope) adeguandosi alla serialità moderna. Ma non si può dimenticare da dove si è partiti. Dalle brutte serie italiane della Rai e di Mediaset, quando ancora si chiamavano fiction, piene di attori cani, trame improbabili e brutte luci, quelle che sono state benissimo parodiate da Boris. Serie rassicuranti su carabinieri, preti, suore e medici, tutti buonissimi e bravissimi, la rappresentazione di un paese felice che non esiste. Accompagnate dai primi tentativi di serie moderne, tentativi ovviamente non riusciti. Sono le prime serie viste da un’intera generazione, quelle della tv degli anni 90 e 2000, che si ricordano quasi con tenerezza, basta qualche nota delle loro sigle per risvegliare vecchi ricordi. Scopriamo le serie italiane con cui purtroppo i trentenni sono cresciuti

Casa Vianello

Casa Vianello è la prima e più famosa delle meravigliose sit-com di Canale 5 che volevano copiare gli americani ma erano ambientate a Cologno Monzese (Nonno Felice, Finalmente soli). I Vianello interpretavano loro stessi, un po’ i nostri Robinson, in una sorta di cortocircuito tra la realtà e la finzione con i bambini filippini veri e la tata finta. Un quasi reality per coloro che pensavano che Sandra e Raimondo vivessero veramente in quella casa a Milano 2. Ogni episodio si conclude con Sandra che si lamenta a letto con Raimondo e gli tira le coperte (“Che barba, che noia”) e la sigla è ormai nell’immaginario collettivo. Sono un po’ i nostri nonni televisivi e gli abbiamo voluto bene.

Fantaghirò

La tv italiana cerca di replicare il cinema fantasy. Prima del “Trono di spade” c’è stato “Fantaghirò”. Una serie di film che riprendono il cinema di genere, scomparso nelle sale, e riproposto sul piccolo schermo con 2 lire e tremendi effetti speciali. Le repliche hanno accompagnato tutti i Natali della nostra infanzia e la saga è ormai un classico. I due protagonisti Alessandra Martines e Kim Rossi Stuart, all’epoca giovanissimi, probabilmente ora se ne vergognano. Da qui nasce un sottogenere fantasy Mediaset di film tremendi tipo “Sorellina” e “Desideria” dove compaiono anche Valeria Marini e Anna Falchi. Altro che Tolkien.

Amico mio

Un must della fiction italiana sono le serie ambientate in ospedale, piene di tragedie e malattie. “Amico mio” ne è l’emblema. Massimo Dapporto è un pediatra a contatto con tutte le tragedie possibili dei propri piccoli pazienti con situazioni familiari tremende. Ovviamente il dottore è buonissimo e bravissimo, senza un difetto, sempre impeccabile. L’ansia saliva già dall’inquietantissima sigla iniziale che ha angosciato la nostra infanzia. La star della serie è l’orfano Spillo, piccolo attore napoletano e indimenticato testimonial del Telefono azzurro (per aumentare il senso di tragedia). C’è anche un Favino giovanissimo.

Il maresciallo Rocca

La tv degli anni 90 è stata invasa da poliziotti e carabinieri per dimostrarci che le forze dell’ordine sono simpatiche, aiutano tutti e hanno una faccia rassicurante (anche se non è propriamente così). Tutto nasce dal Maresciallo Rocca, un bravo carabiniere in un tranquillo paese della bella provincia italiana dove però si ammazzano tutti. Il punto di forza di questa serie è dato dalla presenza di uno dei nostri migliori attori di sempre, Gigi Proietti, che conferisce al personaggio ironia e umanità. Una delle serie italiane più viste di sempre della tv (13 milioni di spettatori, neanche Sanremo) ed è ancora replicatissima.

Caro maestro/ Sei forte maestro

“L’attimo fuggente” che l’Italia poteva permettersi. Marco Columbro era il re della tv commerciale prima di Bonolis e Gerry Scotti. Ma per noi sarà sempre il Maestro Giusti, maestro di scuola elementare buonissimo e bravissimo, con piccoli alunni bellissimi e innamorato della direttrice Elena Sofia Ricci. Ovviamente il tutto in una scuola che funziona benissimo. Se non conoscete la sigla a memoria avete avuto una brutta infanzia. Dopo anni riprendono lo stesso concept con “Sei forte maestro”, versione low budget di Caro Maestro, con Emilio Solfrizzi, girata male, trasmessa in piena estate, e anche con bambini più brutti.

Dio vede e provvede

La prima delle tante fiction su preti e suore. Questa è la versione italiana, non richiesta, di “Sister Act”.  La simpatica Angela Finocchiaro è una prostituta che, ricercata dalla polizia, si rifugia in un convento e finge di essere una suora. Una trama abbastanza trasgressiva per l’epoca che in confronto a Don Matteo sembra “Breaking Bad”. Le suore del convento sono moderne e simpatiche anche se nella realtà avevano i baffi e menavano. Visto che siamo negli anni 90 tra le suore ciacione non potevano mancare Nadia Rinaldi e Athina Cenci.

Un medico in famiglia

La fiction nazional popolare per eccellenza. Tutte le famiglie la domenica si riunivano per seguire le vicissitudini della numerosa famiglia Martini. Giulio Scarpati è Lele, il vedovo più corteggiato di Roma e l’uomo più buono del mondo che però si innamora della cognata. Nasce come fiction aperta e plurale che parla di temi come il razzismo e il bullismo in base però al clima politico. Come nel caso del medico Oscar, omossessuale quando in Rai governava la sinistra e eterosessuale quando governava la destra. Da qui sono usciti Brignano, Pandolfi, Lunetta Savino e soprattutto il rebranding di Lino Banfi che diventa il nonno d’Italia, con un salto dalla Fenech alla bocciofila. Nonno Libero che nelle prime stagioni è comunista e poi muore democristiano, come tutti d’altronde. La serie dura duemila stagioni, la famiglia si allarga sempre più e nascono milioni di bambini che non sanno più dove mettere.

Vivere-Centovetrine

Pe rispondere ai napoletani di “Un posto al sole”, Canale 5 in una sorta di federalismo televisivo inventa le soap del nord, un must dei dopo pranzo. Impossibile non fermarsi a guardarle per le loro derive narrative trash e contro ogni logica. L’idea è quella di fare un “Beautiful” all’italiana (che già l’originale è quello che è) con recitazione da canile, sguardi intensi e trame improbabili. “Vivere” è ambientata su quel ramo del lago di Como tra locande e natura, ma arriva il consumismo e viene sostituita da “Centovetrine”, ambientata in un centro commerciale torinese. Ovviamente hanno fatto tutte una brutta fine. Solo “Un posto al sole” vive e lotta ancora insieme a noi. Ha vinto il Sud.

Commesse-Il bello delle donne

“Commesse” su Rai 1 inaugura una nuova stagione di serie italiane. Trattando temi reali come la violenza sulle donne, l’handicap o l’omosessualità e qualche accenno quasi neorealistico. Va detto che il prodotto era molto elegante rispetto alla media ma non si è mai visto un negozio che abbia come commesse Ferilli, Brilli, Anna Valle e la Pivetti. Sabrinona qui è nel pieno del suo ruolo di donna popolana e verace alla Anna Magnani del 2000.  Mediaset non sta a guardare e risponde a suo modo con “Il bello delle donne” che mischia il melodramma al camp, tra incesti, squilibri mentali e violenze in un Almodovar che non ce l’ha fatta. E da qui si apre l’era delle fiction con Gabriel Garko, qualcosa oltre il trash e da cui Mediaset non si sarebbe più ripresa. Ai tempi Garko e la Grimaldi stavano insieme e quella forse era la vera fiction.

Don Matteo

Il paesino, il carabiniere e il prete. Se c’è un generatore automatico di fiction italiana il risultato è “Don Matteo”. il simbolo della tv generalista cattolica. La bella provincia italiana a misura d’uomo in cui il prete gira in bici ma che ha la media dei morti ammazzati di Caracas. Terence Hill è il protagonista ma parla poco mentre Frassica fa Frassica. Parte in sordina nel 2000 e ancore resiste. Nessuno ammette di guardarlo ma fa milioni di spettatori, come Berlusconi che vinceva le elezioni ma nessuno lo votava. È la pancia del nostro paese, che vuole sentirsi moderno, che guarda le fiction fighe ma non riesce a resistere al prete e ai carabinieri. Un successo che continuerà anche oltre le nostre vite e ci dice una sola cosa: in questo paese la Democrazia Cristiana non morirà mai.

Distretto di polizia

Non potevano mancare i poliziotti moderni all’americana un po’ stropicciati e sporchi. Il tutto ambientano nella periferia romana al decimo Tuscolano, il commissariato più famoso della tv. Un po’ di violenza metropolitana e un po’ di bonomia romana. Un “The wire” all’amatriciana, un incrocio tra “NYPD” e le serie del Monezza. Abbastanza innovativo per l’epoca e anche con bravi attori come Memphis e Tirabassi. Ne avremmo anche un bel ricordo se non fosse durata 15 anni. Negli anni cambiano sempre più attori e per farli uscire di scena vengono sparati un po’ tutti. Ha purtroppo lanciato la moda delle fiction poliziesche infinite prodotte dalla Taodue tra “Ris”, “Capo dei capi” e “squadre antimafia”

Via Zanardi, 33

La risposta italiana a “Friends” per una domanda che nessuno ha fatto. Lancio in grande stile per una serie che doveva essere un grande successo. Si dice che gli autori siano andati a studiare in America negli studi di Friends ma probabilmente avranno trovato chiuso. Ovviamente un flop in piena regola che poi viene spostato in seconda serata, ma diventa un cult. È quasi la copia carbone dell’originale americano con sei amici che condividono un appartamento ma qui studiano al Dams di Bologna con la colonna sonora dei Lunapop. Più anni 2000 di così si muore. Tra gli attori c’era l’allora lanciatissimo Enrico Silvestrin da Mtv. Ma soprattutto un giovanissimo Elio Germano che probabilmente lo avrà cancellato dal curriculum.

Elisa di Rivombrosa

Le fiction in costume sono un altro must degli anni 2000. Parrucconi e costumi d’epoca che riprendono i temi dei grandi classici ma sembrano più “Beautiful” nell’800. Elisa di Rivombrosa racconta la storia d’amore tormentata della serva Elisa e del conte Ristori, tra Jane Austen e “Centovetrine”. L’amore impossibile tra ricchi e poveri è la ricetta perfetta per far sì che le donne seguano questa fiction ambientata in un castello torinese che è ancora preda di pellegrinaggio. Per di più i due protagonisti si sono veramente innamorati in un gioco tra realtà e finzione che ha alimentato il gossip e il successo.

I Cesaroni

Inizia una nuova era della fiction family, più spregiudicata e lontana dalle atmosfere democristiane di Rai 1. La famiglia qui è allargata e moderna, romana e caciarona e visto che siamo su Canale 5 c’è anche un semi-incesto tra i due fratellastri. I Cesaroni ha cresciuto una generazione di ragazzi. Nelle prime serie si rideva, poi la storia si è protratta troppo e si è tirata la corda. Ha reso ricchi Claudio Amendola e Elena Sofia Ricci e ha lanciato la stella Mastronardi. Ma ha rovinato un quartiere, la Garbatella, che ormai è ricordato solo per essere quello dei Cesaroni con pellegrinaggio al famoso bar e avventori sempre incazzati.

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